Storia di rivoluzioni, matematica e cioccolata

Vi dico una cosa: pensate ad un’aula scolastica, ad un luogo di culto, ad un teatro oppure una sala da concerto. Che tengono in comune? Lo spazio. Come è organizzato lo spazio. Chi ascolta da un lato, con seggiole e banchetti, chi porta un messaggio dall’altro, con cattedre, palchi ed altari. E che c’è di male: così funziona, il più delle volte. Ma immaginate ora una scuola fatta dentro un museo, in uno spazio che non tiene una chiara gerarchia o se pure ci fosse sarebbe a geometria variabile. Dove chi porta un messaggio è contemporaneamente sia l’opera che chi la guarda. Sarebbe divertente no? Vedete, io ho lavorato in un’epoca in cui in molti eravamo convinti che le opere d’arte, in una maniera o nell’altra dovessero insegnare qualcosa alla gente. Io ora non lo so se sia vero oppure no, magari –sicuramente- ci sbagliavamo. Ma fatto sta che ci abbiamo creduto. Opere d’arte concepite come manuali per amare, per gridare, per capire. Quadri percepiti come dichiarazioni di guerra o di riappacificazione. Ma l’errore che abbiamo fatto spesso è di sbagliare l’ordine, la dinamica. L’arte non è la cosa che devi imparare. Ma lo strumento con cui imparare le cose. Con l’arte ci devi poter spiegare la matematica, la storia, la geografia e la società. Le poesie, i profumi, la musica e pure la cioccolata. I quadri dopo tutto, sono solo il posto dentro cui nascono pensieri. Così voglio sia fatta la didattica al Museo Emblema e così, mi dicono, fanno ancora adesso. Qui da noi fare didattica significa fare un museo.

Storia di rivoluzioni, matematica e cioccolata

Vi dico una cosa: pensate ad un’aula scolastica, ad un luogo di culto, ad un teatro oppure una sala da concerto. Che tengono in comune? Lo spazio. Come è organizzato lo spazio. Chi ascolta da un lato, con seggiole e banchetti, chi porta un messaggio dall’altro, con cattedre, palchi ed altari. E che c’è di male: così funziona, il più delle volte. Ma immaginate ora una scuola fatta dentro un museo, in uno spazio che non tiene una chiara gerarchia o se pure ci fosse sarebbe a geometria variabile. Dove chi porta un messaggio è contemporaneamente sia l’opera che chi la guarda. Sarebbe divertente no? Vedete, io ho lavorato in un’epoca in cui in molti eravamo convinti che le opere d’arte, in una maniera o nell’altra dovessero insegnare qualcosa alla gente. Io ora non lo so se sia vero oppure no, magari –sicuramente- ci sbagliavamo. Ma fatto sta che ci abbiamo creduto. Opere d’arte concepite come manuali per amare, per gridare, per capire. Quadri percepiti come dichiarazioni di guerra o di riappacificazione. Ma l’errore che abbiamo fatto spesso è di sbagliare l’ordine, la dinamica. L’arte non è la cosa che devi imparare. Ma lo strumento con cui imparare le cose. Con l’arte ci devi poter spiegare la matematica, la storia, la geografia e la società. Le poesie, i profumi, la musica e pure la cioccolata. I quadri dopo tutto, sono solo il posto dentro cui nascono pensieri. Così voglio sia fatta la didattica al Museo Emblema e così, mi dicono, fanno ancora adesso. Qui da noi fare didattica significa fare un museo.

Writings on this website are literary reworkings on interviews, memoirs, and suggestions made by the artist’s heirs. They are also drown from audiovisual materials, documents, recordings kept in the archives of Museo Emblema.

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